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Behind the song: SUCCEDA QUEL CHE SUCCEDA

Ci sono brani che prendono vita in circostanze particolari, nascono da una preghiera, una storia toccante o un episodio che a raccontarlo viene giù qualche lacrima. Devo dire che non è esattamente il caso di Succeda quel che succeda. Il suo testo è il risultato di più di una preghiera e di molte piccole e grandi vicende che mi sono accadute in un arco di tempo anche abbastanza esteso.

La parte musicale, poi (lo ammetto con non poco disincanto) è venuta fuori da un pomeriggio rilassato davanti alla tastiera. Cercavo una melodia carina perché mi era stato chiesto di proporre un inedito per un album di beneficenza non mio. Dovevo scrivere qualcosa di non troppo personale o complicato. Come non detto. È impossibile fare certe cose in modo asettico. Quello che alla fine è venuto fuori ha convinto me stesso al punto che poi ho contattato il responsabile di quel progetto musicale dicendo che avrei scritto altro, ma preferivo inserire questo brano nel mio secondo album. Quando in seguito ho capito che l’album al quale sarebbe stato destinato Succeda quel che succeda non sarebbe stato più registrato, mi sono sentito un po’ meno in colpa. Ma adesso veniamo alla sostanza.

Dal momento che l’idea iniziale era che il brano venisse cantato soltanto dalla mia fidanzata, Alessandra, ho pensato che fosse opportuno, una volta trovata la melodia, utilizzare per il testo un argomento che lei avrebbe facilmente fatto suo. Nelle nostre lunghe telefonate ci era capitato, in quel periodo, di nominare spesso un’esclamazione in Giobbe 13: “Succeda quel che succeda… io continuerò a sperare”; un verso sul quale mio suocero aveva, tra l’altro, costruito una meditazione che Alessandra aveva appuntato e analizzato attentamente, e che aveva colpito molto anche me.
La fermezza che Giobbe ebbe nell’esclamare quella frase nasceva dalla sua convinzione che Dio, diciamo così, gli dovesse qualcosa. “Ecco, mi uccida pure! Oh, continuerò a sperare. Soltanto, io difenderò in faccia a lui il mio comportamento! Anche questo servirà alla mia salvezza; poiché un empio non ardirebbe presentarsi a lui.” (Giobbe 13:15,16). Il Signore non poteva aver abbandonato alla distruzione un uomo giusto come lui. Beh, se da un lato è vero che Dio promette benedizione a quanti Gli ubbidiscono, dall’altro lato bisogna riconoscere che è da arroganti considerarsi giusti al punto dall’essere immuni ai problemi e pretendere qualcosa dall’Onnipotente. Questo Giobbe l’avrebbe riconosciuto (Giobbe 42:1-6) e alla fine “il Signore benedì gli anni di Giobbe più dei primi”, ma quella che nel capitolo 13 sembra essere una dichiarazione di fede, in realtà era un grido di prepotenza.

Io ho voluto utilizzare la stessa espressione con un senso diverso. Chi mi conosce bene, sa che sono una persona alquanto apprensiva. In passato ho avuto seri problemi di ansia e attacchi di panico e, anche se il Signore mi ha liberato da quello stato di prigionia, sono consapevole che la mia mente è ancora un campo di battaglia. Basta immaginare il futuro, guardarsi intorno e scrutarsi dentro per vedersi deboli, incerti e cadere preda della paura. È molto facile, in determinate circostanze, trovarsi a discutere con Dio come fece Giobbe. Io l’ho fatto, e non raramente. Poi, però, arriva il meraviglioso momento dell’arresa, il momento in cui esclamare a Dio “Qualsiasi cosa accada, io continuerò a sperare in Te, e non perché io meriti il Tuo intervento, non perché io sia giusto, ma perché ho fatto di Te il mio Redentore, perché sei buono e Ti ho affidato la mia vita, perché le Tue braccia eterne avvolgono il mio cuore e so che non mi lasceranno mai”.
Non nascondiamoci: la sofferenza è una certezza. Prima o poi un giorno (forse proprio oggi) troverò dolore lungo il mio cammino. Prima o poi il sole tramonta e scenderà la voglia di lasciarsi andare. Non sono pessimista; accade. Il vero problema è quando alla certezza negativa non contrapponiamo la “certezza di cose che si sperano” (Ebrei 11:1). In Succeda quel che succeda ho fatto semplicemente questo. Troverò dolore? Confiderò in Colui che, avendo dato la Sua vita per salvare la mia, il dolore lo conosce molto bene e può capirmi meglio di quanto immagini. Il domani mi darà notti lunghe e giorni grigi? Il mio Padre celeste mi rassicurerà con la Sua dolce voce. Mi abbandoneranno tutti? Dio non lo farà. È una questione di scelte. Scegliere se fondare le proprie certezze sulla propria presunta giustizia, sulla rassegnazione al dolore o sulle promesse di Dio. Ripeto, è una questione di scelte. Una scelta quotidiana. Per ricordarlo a me stesso e a chi avrebbe ascoltato, in Succeda quel che succeda ho voluto imprimere la mia.

 

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