Posted by: dariodemarcomusic | Senza categoria Commenti disabilitati su A domanda rispondo

A domanda rispondo

Qualche giorno fa ho pubblicato un post sulla mia pagina Facebook chiedendo se qualcuno avesse qualche curiosità riguardante la musica che faccio. Ecco le vostre domande!

 

Abramo chiede:
Cosa pensi della chiesa di oggi?

Questa è una domanda semplice quanto intricata. Innanzitutto, occorre chiarire cosa si intenda per “chiesa”. Di solito consideriamo questo termine soltanto come sinonimo di organizzazione o denominazione religiosa. “Chiesa” deriva dal greco “ekklesia” (assemblea), che a sua volta è una composizione di “ek” (fuori) e “kaleō” (chiamato). La chiesa, dunque, nella sua accezione più pura, è l’insieme di persone “chiamate fuori” dalle tenebre del peccato per vivere nella luce di Dio. In altre parole, la chiesa è composta da chiunque crede in Cristo e vive in Lui.

Tenendo conto di questo, personalmente credo che sia sbagliato fare una distinzione tra “chiesa di ieri” e “chiesa di oggi”. Quello che nel tempo è cambiato – e anche radicalmente – è il contesto. Per farla breve, già da secoli e su larga scala, ragione, antropocentrismo e materialismo hanno guadagnato terreno a scapito di fede e spiritualità al punto che oggi si parla di “chiesa occidentale”, piuttosto che di “chiesa di oggi”.

Prescindendo, però, da differenze di natura essenzialmente culturale, secondo me non è possibile ammettere che i credenti di secoli fa avessero caratteristiche che non sono attribuibili anche ai credenti del 2018. La tendenza generale è quella di credere che oggi ci sia meno fervore, meno consacrazione, meno potenza che ai tempi degli “Atti degli apostoli”. La realtà che mi circonda mi spinge a credere che sia così. È vero: mi risulta troppo difficile fare una paragone tra i martiri che “avevano ogni cosa in comune” del Nuovo Testamento e il sonnacchioso fratello che si offende solo perché ho istintivamente usato il suo innario durante il servizio domenicale. Sì, ho visto con i miei occhi sedicenti cristiani comportarsi peggio di come farebbe un ateo (e, cari benpensanti, ne conosco un paio e vi assicuro che per molti aspetti sono persone esemplari, degne di stima). Ho visto individui lodare Dio a voce alta (anche in altre lingue) e trattare con disprezzo un proprio “fratello” pochi minuti dopo. Credo che siamo tutti d’accordo nel costatare che questo non è amore, non è cristianesimo, non è essere “chiesa”. È soprattutto a questo che mi riferisco quando canto “Voglio essere vero”.

Io credo che persone come queste ci siano sempre state: ne è una dimostrazione il fatto che nel Nuovo Testamento troviamo parecchi ammonimenti da parte degli apostoli; a volte leggiamo che certe comunità di fedeli nascondevano scandali inimmaginabili. Ora, non è mia intenzione fare uno studio biblico sull’argomento (ne sarei poco capace), ma sono convinto che la distinzione tra “chiesa di ieri” e “chiesa di oggi” sia un luogo comune che trovi poco fondamento. Tutti, in ogni tempo, possiamo sbagliare, addormentarci, fingere oppure ravvederci, risvegliarci e vedere Dio manifestarsi con miracoli eclatanti. C’erano scandali e martirii nel 100 d.C. come ce ne sono nel 2018. Il fatto che la tiepidezza sembri esserci più familiare oggi è probabilmente perché ignoriamo quello che accade in altri posti del mondo (e questo la dice lunga su quanto il contesto in cui viviamo – piuttosto che il tempo – possa incidere sulla nostra spiritualità). Oggi si registrano perfino più martirii che in passato (e perdonatemi se credo che essere letteralmente disposti a morire per Cristo sia l’emblema della fede cristiana più vivida).

La chiesa non è cambiata, perché non può cambiare la roccia su cui è fondata. Non esiste una chiesa più o meno “santa”. Esiste (ed è sempre esistito) l’insieme dei singoli credenti che hanno fondato la propria fede su Gesù, e l’insieme dei costruttori sulla sabbia. Ieri come oggi.

 

Lilly chiede:
Perché non fai l’audizione per il Festival di San Remo?

La vera domanda è “perché dovrei?”. Tanto per cominciare, non ho la pretesa di esserne all’altezza. Semmai, mi è capitato di pensare all’eventualità di fare un’audizione per la pura curiosità di avere il parere di esperti e professionisti e capire se avrei avuto almeno le carte in regola per superare le prime fasi. Di fatto non mi sono mai neanche informato sulla procedura da seguire per l’iscrizione.

In secondo luogo, credo che un’esperienza del genere, seppur bellissima e formativa per molti aspetti, mi catapulterebbe in un mondo che non farebbe per me. Non credo che un artista che finisce in televisione, diventa famoso e firma contratti discografici importanti sia veramente libero di fare la musica che vuole e di essere se stesso senza dover scendere a compromessi; e penso proprio che questo sarebbe vero, a maggior ragione, per chi comunica messaggi cristiani. Questa non è la piega che vorrei dare alla mia musica, né mi piacerebbe essere considerato bravo e importante perché sono stato su un determinato palco: ci sono musicisti sconosciuti 100 volte più meritevoli di chi compare sui media.

Io faccio musica un po’ per diletto, un po’ per missione. Conosco i miei limiti in molti aspetti, penso di essere in gamba in altri, ma sicuramente non ho la stoffa per fare il cantautore professionista, tantomeno per farlo seguendo il percorso della fama televisiva. Io sono un laureato in lingue che nel tempo libero compone e canta la propria musica, come più gli piace, per quei quattro gatti che lo seguono con affetto; e lo fa perché la sua passione è usare le note per esprimere se stesso e incoraggiare gli altri a guardare il cielo. Non sento, almeno per ora, la necessità di fare altro.

 

Agata e Gioacchino chiedono:
Quando realizzerai una raccolta di brani utili per un’assemblea?

Spero presto, ma vorrei aprire una parentesi. Mi è capitato spesso di sentire qualcuno (soprattutto pastori) lamentarsi del fatto che la maggior parte della nuova musica cristiana abbia stili, testi e melodie poco accessibili a tutti. In parte, sono più che d’accordo; in parte, per niente. Mi spiego.

Il discorso sarebbe lungo, ma mi basta premettere che bisogna prendere coscienza che la musica è un’arte e l’arte è espressione. Esprimersi significa sostanzialmente manifestare i propri sentimenti e le proprie idee. Ne consegue che esistono modi infiniti, anche molto soggettivi e originali, di esternare quello che abbiamo dentro. Insomma, suonare è comunicazione; cantare ancora di più.

Quando scrivo e canto qualcosa di difficilmente eseguibile da uno dei nostri cori medi o dalla stessa assemblea comunitaria, non è perché voglio fare un affronto al canto collettivo. Ci sono riflessioni particolari e determinati argomenti che, inevitabilmente, hanno bisogno di essere trattati con maggiore attenzione e ricercatezza, sia nel linguaggio che nella musica, altrimenti perderebbero forza comunicativa. Inoltre, va anche detto che la musica cristiana non è soltanto quella della lode e dell’adorazione. C’è anche la musica “d’ascolto”; quella che fai partire in auto durante un viaggio o che hai nelle cuffie mentre fai una corsetta. Non ti passerebbe mai per la testa di cantare questi brani in chiesa insieme a tua nonna; ma non per questo possono farti riflettere meno o non spingerti alla preghiera come un classico “praise&worship”. L’uno non deve escludere l’altro: entrambi gli approcci hanno il proprio perché. Non è giusto che il fratello anziano un po’ rallentato debba stentare a stare al passo col ritmo di un “inno moderno” o che un’intera comunità si ritrovi a fare i conti con una melodia impossibile; ma non è neanche giusto che io debba rinunciare ad esprimere me stesso e la mia lode a Dio con un bel riff in scala pentatonica discendente soltanto perché mia zia non riesce ad accettare che un canto possa avere più di 2 crome consecutive (mi perdoni chi non conosce le basi della musica). Ecco, volevo solo spezzare una lancia in favore della categoria dei solisti (bravi e sobri) e degli autori contrari alla semplificazione a tutti i costi.

Detto questo, ripeto: “spero presto” di riuscire a realizzare una raccolta di brani utili per un’assemblea. Per me è importantissimo avere la libertà di comporre e cantare come sento di fare tanto quanto lo è sentirmi parte di un’unica voce che intona un canto semplice e lineare. La chiesa ha il sacrosanto diritto di chiedere a chi sa produrre musica nuova di non pensare soltanto a se stessi, ma di mettere il proprio talento al servizio di tutti. Ultimamente, anche se non trascuro mai la mia personalità musicale e continuo a scrivere brani non adatti a tutti, sto dedicando più attenzione al genere “lode e adorazione”, tanto caro alle assemblee, ai nostri cori giovanili e… a me stesso! Mi sto accordando con alcuni amici musicisti per creare insieme qualcosa di bello e semplice che miri, appunto, a rilanciare l’importanza del canto comunitario. Per ora non posso dire di più, anche perché non so quando e in quali precise modalità riuscirò a concretizzare questa idea, ma sono già a lavoro.

Nessun commento